Ttip, cala il sipario sull’accordo?

stop_ttip2Questo Trattato transatlantico non s’ha da fare: stavolta il “niet” arriva da un peso massimo della politica continentale, il ministro dell’Economia e vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel. Pur precisando di parlare a titolo personale, il leader dei socialdemocratici ha rilasciato una dichiarazione che non lascia spazio a fraintendimenti: «Secondo me, i negoziati con gli USA sono di fatto falliti, anche se nessuno lo ammette. E questo perché dopo 14 round di colloqui ancora non si è trovato l’accordo neanche per uno dei 27 capitoli sul tavolo. Noi europei non dobbiamo soccombere alle richieste americane. In Europa abbiamo già il nostro modo di vivere insieme».

Come abbiamo già ricordato più volte nel corso degli ultimi mesi, il Ttip (Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti) è un mega accordo commerciale, in discussione dal 2013, che mira a creare uno spazio di libero scambio tra Stati Uniti e Unione Europea. Non si parla solo di tariffe e dazi doganali: il vero oggetto del contendere sono infatti le cosiddette “barriere non tariffarie”, specie quelle che regolamentano l’accesso al mercato comunitario di molti prodotti alimentari statunitensi. Bovini allevati con ormoni, polli lavati con la clorina, frutta e verdura con alti residui di pesticidi, alimenti Ogm destinati al consumo umano e altro ancora, su cui la normativa europea diverge in modo significativo da quella Usa.

Milioni di cittadini europei si sono schierati contro la concreta eventualità che una trattativa condotta in segreto tra Bruxelles e Washington portasse a un abbassamento generale dei nostri standard sull’alimentazione e l’agricoltura, raccogliendo oltre tre milioni di firme e organizzando proteste in tutto il continente: anche in Italia, dove lo scorso 7 maggio la campagna Stop Ttip ha promosso una manifestazione nazionale a Roma a cui Slow Food Italia ha aderito insieme a decine di associazioni dei consumatori, sindacati e movimenti ecologisti.

«La nostra opposizione non è rivolta agli accordi commerciali in generale – precisa il presidente di Slow Food Italia, Gaetano Pascale – ma a questa modalità di trattato. Siamo soddisfatti, ma non parliamo di una vittoria: la vittoria arriverà quando politica, economia, finanza e società civile ribalteranno la prospettiva attuale, ponendosi obiettivi legati al benessere dei cittadini e alla qualità dell’ambiente prima che agli aspetti puramente di mercato».

Nel febbraio scorso Obama ha incassato la firma del Partenariato transpacifico (Tpp), l’accordo “gemello” di quello negoziato con gli europei che coinvolge dodici Paesi tra Asia, America latina e Oceania. Il presidente uscente contava di far approvare il Ttip entro la fine del suo mandato, obiettivo che a questo punto appare davvero utopistico. Per il futuro, le prospettive vanno in direzione tutt’altro che favorevole a quella auspicata dai tecnocrati e dalle multinazionali: pesano l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, le elezioni in Francia e in Germania nel 2017 e la contrarietà già espressa, con toni diversi (più netti quelli di Trump, più sfumati quelli della Clinton), da entrambi i candidati alle presidenziali Usa di novembre.

Sul tavolo rimane però la questione aperta del Ceta, il trattato negoziato con il Canada che i critici considerano un “cavallo di Troia” del Ttip: oltre alle scarse garanzie offerte all’agroalimentare italiano (nomi come “mozzarella”, “mortadella” e “gorgonzola” potranno essere utilizzati sui prodotti canadesi, a patto che non compaia sulla confezione la bandiera italiana), c’è il rischio che le multinazionali statunitensi attive sul territorio canadese si avvalgano della possibilità di intentare cause legali davanti a tribunali internazionali privati contro le decisioni ritenute “lesive” da parte dei governi europei. La clausola, chiamata Investment court system (Ics), è analoga all’Isds previsto nella prima versione del Ttip.

Di tutto questo si tornerà a parlare a settembre, al Consiglio Europeo di Bratislava. L’attenzione pubblica su questi temi ha contribuito a far sì che l’eventuale ratifica del Ceta spetti anche ai parlamenti nazionali degli Stati membri. Ora sono di nuovo i cittadini a essere chiamati in causa, perché nessuna decisione di questa rilevanza venga presa ignorando o contrastando la volontà di milioni di europei.

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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